Più niente…

L’avevamo sognata, agognata, rimirata da ogni versante. Dieci anni fa, quando abbiamo incominciato ad andare per monti assieme, la scorgemmo dalla nostra prima Dolomite comune – la Tofana di Rozes. Avevo ancora una macchina fotografica a pellicola e non la immortalai per risparmiare gli scatti, per dire il tempo passato…

In dieci anni di alpin-masochismo imparammo a riconoscerla attraverso gli scorci più disparati, scoprendone la poliedricità: la frastagliata muraglia della strapiombante parete sud, il titanico massiccio appoggiato dal lato est del Piz Serauta, l’inconsueto profilo “tricornesco” della visuale da ponente e, poi, l’inconfondibile mantello bianco del suo ghiacciaio settentrionale che, ancorchè agonizzante, balugina anche quando il cielo é grigio, a miglia e miglia di distanza. Quattro anime, le più diverse, che convivono nella stessa montagna. La Marmolada.

 

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Per questo progettavamo un bellicoso periplo che permettesse di contemplare tutte le facce dell’alpe, non ci accontentavamo di salirla e basta. L’idea nacque nel 2007, l’anno stesso in cui ci demmo un nome, Le Cavre. Allora rinunciammo per stanchezza: avevamo appena fatto l’Antelao, il Re delle Dolomiti, pensare di fare la Regina subito dopo fu un azzardo… dovevamo fare prima il resto della scacchiera.

Ogni anno abbiamo rinnovato il proposito, ogni anno abbiamo rimandato sfogandoci su altre vette dalle quali immancabilmente ci ritrovavamo a contemplarla. Non era facile mettere d’accordo meteo, impegni di cinque persone – Diego, Lorenzo, Massimo, Sandra, Veronika – e fedeltà al progetto, che pure andò modificandosi includendo il ghiacciaio, dopo che lo scrivente frequentò un corso CAI di alpinismo e scoprì che “si può fare!”.

Poi prima Sandra e dopo Veronika diedero alla luce due frugolett*, quando quest’anno Massimo ha saputo di essere il prossimo in lista si sono rotti gli indugi: quest’anno sulla Marmolada in un modo o nell’altro si va, almeno noi tre maschietti superstiti del gruppo originario, gli unici al momento ancora senza prole.

Oddìo non è che se uno ha un figlio non può più fare dell’alpin-masochismo come si deve, ma se già da scapoli non riuscivamo a metterci d’accordo figuriamoci con pargoli appresso…

Via il “periplo”, via la ferrata Spalla Ovest, si sale dal Fedaia dritti a punta Penìa, la vetta massima, lungo il ghiacciaio, si ritorna giù per lo stesso percorso. Abbiamo scelto la peggior estate degli ultimi 10 anni, come minimo, la prima in 40 anni in cui il ghiacciaio non abbia registrato arretramenti (non l’abbiamo fatto apposta, ma casualmente è pure l’anno del 150° dalla prima ascensione di Grohmann). Il cavo della ferrata occidentale è ricoperto di ghiaccio e neve e noi non siamo gente da ghiaccio, siamo anzi neofiti assoluti in proposito, non abbiamo voglia di iniziare partendo direttamente dalla piolet-traction.

Abbiamo una finestra di solo due giorni di bel tempo, poco male, decidiamo – su suggerimento di Diego – di impegnare il primo sulla ferrata delle trincee, un pezzo del nostro progetto oiginario che corre sulla dorsale del gruppo Mesola-Padòn, dirimpettaia diretta della Marmolada. Scelta tattica: riscaldiamo gambe e braccia e studiamo il percorso dell’indomani, ma anche scienza del desiderio: vedremo per tutto il giorno, costantentemente, la nostra candida (quest’anno più che mai) e a lungo negata montagna. Ci faremo venire le bave.

 

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L’alpin-masochismo, per chi non lo conoscesse, è un alpinismo (scrambling?) fieramente cialtrone, che non risparmia fatica ma neanche ore di sonno. C’è una nostra consuetudine non detta che viola ogni regola di buon senso montanaro: sveglia tardi, tardissimo per i canoni persino escursionistici. Ma incredibilmente per la Marmolada riusciamo a fare un’eccezione e siamo fuori dalla tenda all’alba. Siamo attrezzati di tutto punto, ramponi, picca e corda. La notte prima di partire l’ho trascorsa insonne a ripassare nodi a palla, conserva corta etc. Ok è un ghiacciaio facile, ma non siamo tipi da derogare in sicurezza, solo sulle lancette dell’orologio… talvolta… Ebbene, da bravi previdenti, dopo esser giunti subito sopra Pian dei Fiacconi indossiamo l’attrezzatura. Sappiamo che il ghiaccio è ancora lontano e solo quest’anno il mare bianco scende fino al rifugio ma siamo anche smaniosi di provare i nuovi giocattoli.

Il ghiaccio non lo vedremo mai… fin da sotto il rifugio pian dei Fiacconi fino a punta Penìa sarà tutto un soffice tappeto bianco a ricoprire crepacci e ghiaccio vivo, trasformando il tutto – quasi – in una tranquilla passeggiata. All’altezza del tratto attrezzato ci raggiungono altri viandanti, sciolti e sbarazzini, senza corda e alcuni persino senza ramponi. Mandiamo al diavolo conserva e e ramponi pure noi. Solo per lo schenàl del mul li risfodereremo, per sicurezza, ché quel pendio che sparisce giù senza dare all’occhio la nozione di dove va a finire ci fa un po’ di solletico alle ginocchia..

Quando l’altimetro segna 3264 lo urlo a Diego e Massimo, è l’altitudine dell’Antelao, massima quota raggiunta dal nostro sodalizio proprio nel 2007, quando iniziammo l’interminabile proroga alla Marmolada che ci apprestiamo ad interrompere. Ma quando inizio a vedere la croce di vetta una inconfessabile delusione si fa strada dentro: è tutto troppo facile, sì lo sapevo che non era la nord dell’Eiger, ma non pensavo comunque così banale, sarà la neve che ricopre tutto, sarà il percorso dimezzato rispetto al progetto iniziale, ma…

Arriviamo in vetta, soffia un vento della madonna, scattiamo due foto sfregandoci le mani che ghiacciano… e siamo in luglio! Si accenna a una celebrazione di sorta ma la cosa muore lì, abbiamo solo un gran voglia di metterci al riparo… Ci domandiamo come faccia a resistere la capanna in lamiera poco distante, domanda giusta visto che il gestore ci dirà di lì a poco che è priva di fondamenta… nonostante ciò ci accomodiamo al suo interno, sorseggiando del caffellate preparato con ingredienti che il ragazzo, che – letteralmente – tiene su la baracca, si è portato personalmente in spalla quella stessa mattina (lo avevamo incrociato al pian dei Fiacconi). Il rifugio era chiuso per il maltempo fino a ieri. “Restare qui dentro con le paratie che sbattono giorno e notte, per una settimana, sapendo che una raffica eccezionale potrebbe buttarti giù dalla parete sud, rischia seriamente di mandarti al manicomio” Non stentiamo a credergli…

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Usciamo dal rifugio guardando dritti a Sud, verso le Pale di San Martino e oltre. Da qui fino al Sahara non c’è nulla di altrettanto alto, buttiamo l’occhio a est e anche lì fino al Caucaso non ci sono rivali. Siamo sulla vetta di quelle che nella vecchia tripartizione erano le Alpi Orientali. Siamo su Punta Penìa da Pe nìa, più niente oltre questa croce… il non plus ultra… Eppure basta guardare a Nord, da dove siamo venuti: nella foschia che si addensa sulla linea dell’orizzonte intravediamo il biancore delle non lontanissime Vedrette di Ries, già lì ci sono monti più alti, per non parlare dell’ovest dove, dietro al Sassolungo dovrebbero esserci Adamello e Presanella… e l’Ortles poi!

Ma questa è la cima più alta della nostra area, il nostro “parco giochi” quello che fin da quando eravamo giovincelli riuscivamo a raggiungere in non più di 3, massimo 4, ore di macchina partendo dalla nostra Trieste.

E adesso cosa facciamo, cosa faremo?

Pe nìa…

Una volta che sali in vetta puoi solo scendere, semplice verità. Questo era il nostro gioco, lo abbiamo fatto alle nostre condizioni, sulle Dolomiti e al massimo per vie normali, niente di eccezionale e ora siamo al termine di quel gioco?

Non so, che sia rigetto all’ossessione per la vetta? Fenomeno che registra una curiosa convergenza: è un uzzolo estraneo a due categorie di frequentatori della montagna a dir poco antitetiche: i turisti – quelli che preferiscono in rifugi alle cime – e i “professionisti”, chiamiamoli così – quelli che hanno occhi solo per le pareti. Sicuramente noi non apparteniamo né all’una né all’altra categoria. Il nostro alpinismo è fermo a 150 anni fa, proprio all’epoca di Grohmann, dove la vetta era tutto e, come diceva Detassis, l’alpinismo consisteva unicamente nell’arrivare in cima nel modo più semplice possibile. La vetta sarà anche un pretesto per respirare montagna, mangiare roccia (roccette..)  e staccare da tutto il resto, ma quando la vetta prefissata non viene raggiunta c’è quell’amarezza che ci ricorda a che categoria apparteniamo… quella degli alpinisti ottocenteschi, nientemeno…

No, è qualcos’altro, ci ho messo un mese per capirlo, salendo sul Triglav, massima vetta slovena, nel WE di Ferragosto! Perchè ho fatto qualcosa di così folle? E’ una storia mooolto lunga, circa una quarantina di pagine, ciò che interessa qui è cosa ho capito su quel monte: ho visto cose che voi alpinisti non vorreste mai credere,  padri che portavano in cima figlioletti legati con manicotti di idranti o corde da tapparella, turisti in cappello di paglia e scarpe da tennis che arrancavano sulla cresta terminale del monte ricoperta di verglas, set da ferrata composti da moschettoni da portachiavi legati direttamente alla cintura delle braghe… una fauna che di montagna non masticava non dico l’ABC ma nemmeno le lallazioni elementari, riunita lì solo perchè il Triglav è il monte nazionale e ogni sloveno per essere tale deve andarci in pellegrinaggio almeno una volta nella vita, sdoganando l’ossessione della vetta – patologia di cui sono geloso – anche  presso chi se ne starebbe volentieri a valle… mi ribellai a questo uso nazionale di una montagna, peraltro così bella, ma nel momento stesso in cui mi ribellavo ho capito: noi avevamo fatto lo stesso con la Marmolada, era diventato il nostro monte identitario, da qui quello strano senso di vuoto provato su punta Penìa.

Più niente monti? No, più niente monti trasformati in simboli. Se vuoi un monte sacro, fai come i tibetani con il monte Kailash, ammiralo, veneralo, ma lascialo libero dalle tue impronte…

Florilegio di vette per i 10 anni delle Cavre

decennale

sambuco

Monte Sambuco (213m)

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Monte Stena (442m)

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Castle Hill, Cambridge (25m?)

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Pleša, Nanos (1262 m)

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Ullevålseter (335 m)

Destinazione 5 punte

Post riassuntivo della spedizione sociale alla Capanna 5 punte:

1. il percorso.

La Capanna è facilmente raggiungibile partendo direttamente da Chubelandia (Rutte Grande sulla mappa), ma – se le condizioni della strada lo permettono – sarebbe preferibile condurre i mezzi d’assalto a Rutte Piccolo, quindi avanti sulla strada verso Ortigara fino a raggiungere il bivio per Valromana Alta a quota 854.

(Da Rutte Piccolo parte anche il sentiero 518, sconsigliabile in quanto – oltre a incrementare il dislivello di 200 metri – percorre il versante nord, presumibilmente il più innevato).

Si percorre la strada bianca di fondo valle segnavie n° 51, dal quale si dipartono due sentieri che raggiungono la nostra Capanna, il 520 ed il 518 (lo stesso che poi ritorna a Rutte Piccolo per il versante nord), quest’ultimo mi pare il meno impervio, guardando le curve di livello e le foto in rete…

5punte3

2. neve

Questo è l’ultimo bollettino emesso. Il pericolo valanghe è valutato a 3 su 5 (“marcato”) e interessa soprattutto le Alpi giulie, ovvero il nostro settore… tuttavia i distacchi dovrebbero interessare le quote sopra i 1700m. La Capanna si trova a quota 1520 e, sebbene sorga al centro di un pascolo prativo chiamato “Alpe di Rutte”, è contornata dal bosco. Il prossimo bollettino verrà emesso alle 14 del 30 dicembre qui.

Per controllarre in tempo reale il livello della neve alle varie quote nel circondario ecco le webcam attive più vicine:

Laghi di Fusine (929m – 5km a est)

Passo Predil (1156m – 5km a sud)

Camporosso – arrivo pista Di Prampero (815m – 5 km a nord-ovest)

vetta del Florianca (1658m – 5 km a ovest)

Altre Webcam a Tarvisio Città (quota 700 m c.ca) e piste

METEO TARVISIOREGIONE

Rete idrometeorologica FVG Protezione Civile

3.  Fuochi e letti

Dalle foto si distinguono due comignoli, Sentieri Natura segnala la generica possibilità di accendere un fuoco mentre un utente “x” parla di “stufa”. Non sappiamo quindi ti che tipo di fuoco disporremo, per questo motivo sollecito chi disponga di fornelletti portatili (non robe ingombranti) di equipaggiarsene, non si sa mai. Il sito Rifugi-Bivacchi, non sempre affidabile, parla di soli 3 posti letto! Probabilmente trattasi di 3 materassi, per il resto si tratterà di tavolacci, spero. Anche qui, chi dispone di materassini da trekking gonfiabili li porti, non tanto per la comodità, quanto per il loro superiore effetto isolante, in mancanza d’altro va bene poliuretano, dormibene etc.

4. Trasporti e vettovaglie

Dato il sinistro numero del dislivello (666m) e la natura del sentiero questa si candida ad essere la “casera” più impervia mai fatta dalle Cavre. Molto probabilmente il tradizionale bob di trasporto sarà inservibile, magari la prima macchina che raggiungerà il posto – telefonia permettendo – potrà segnalare l’opportunità o meno di portarlo.

Per questo motivo, oltre che per il problema fuoco, propongo di portare cibi precotti da riscaldare in loco. Dal canto mio mi offrivo di preparare insalata russa, gulasch (quel de barattolo xè troppo salà) e palacinke.

Bevande: abbiamno visto che vino e sgnappa vanno giù a fatica, mentre la birra va giù che è un piacere, placando molto meglio l’arsura. Le bottiglie de mahnic mi sembravano molto buone, riproporrei quindi la soluzione ma aumentandone la quantità pro capite. Serve un/a volontario/a che le vada a comprarle però…

≈Altitudini con le ciaspole…

mondeval

Le cavre sono andate in letargo, ma seppur con vento, pioggia e freddo la primavera è arrivata. Tempo di risvegliare questo blog, anche se solo per segnalare il prosieguo della collaborazione con ≈Altitudini.it con un articolo sulle ciaspole un po’ stile Rieducational Channel: Lo sapevate? La ciaspa è un’invenzione dei pellerossa, sapevatelo!

Altri scatti dall’alta Val Degano

REPORT Sopralluogo Casere Vas e Monte dei Buoi – 16.12.2012

Sigilletto è una frazione sperduta (e poco abitata) di Forni Avoltri, sulla strada che conduce a Collina e oltre fino al Rif. Tolazzi (il punto di partenza per attaccare il Coglians, per intenderci). Google Maps dà meno di due ore di strada… noi ce ne abbiamo messo 2h e 15′ circa, forse perchè da Forni Avoltri la strada era in pessimo stato (ma non abbastanza da montare le catene).

Lasciamo la macchina 500 m dopo il paesetto, presso uno slargo in prossimità di una strada che si diparte sulla sx. Alle 10.04 scattiamo la rituale foto di inizio gita e ci incamminiamo sulla strada bianca (ghiacciata sotto un leggero strato di neve). Si potrebbe proseguire con l’auto ancora altri 500 m, guadagnando una cinquantina abbondante di metri di dislivello ma la strada si fa subito ripiduzza. La rampa peggiore arriva subito, all’altezza della cava di marmo di Naguscel, ma la carreggiata è sempre ampia. Dopo aver perso svariati minuti nel cercare di capire come allacciare le ciaspe (e peraltro non convinti di averle indossate nel modo ottimale, not for extreme dummies), decidiamo di imboccare il sentiero che s’inoltra nel bosco tagliando un paio di tornanti. Opzione poco fattibile se muniti di bob, slitte, motoslitte… la strada in questo primo tratto è comunque impegnativa (come testimonia questa faccia), finchè non entriamo nei pascoli. Qui il bosco inizia ad aprirsi scoprendo una visuale splendida che, nuvole basse permettendo, ci accompagnerà per buona parte del tragitto rimanente. Scorgiamo i monti sopra Sappada, il gruppo del Cimon e del Siera da una parte e, subito oltre le falde del monte Avanza, il cupolone del Peralba. Sbuca fuori dai vapori anche l’aguzza guglia del Monte Vas.

Intravediamo quindi la Casera nella nebbia che raggiungiamo dopo 2h di camminata piuttosto blanda (passo non propriamente sportivo…). Ciò che troviamo ci lascia un po’ perplessi…

Cima Ombladet dalla Casera Monte dei Buoi

Ecco schematicamente i dati:

CASERA MONTE DEI BUOI:

Quota: 1723m

Spazio: 18 mq circa, monolocale.

Posti letto: 6 su letti a castello (solo 3 muniti di materasso)

Arredamento: 2 tavoli, cassapanca, panca e 4 sedie

Cucina: sparghert in pessime condizioni (abbiamo dovuto realizzare una griglietta interna fai da te, quella esistente era marcia), il camino sembra che tiri.

Fonte di calore: oltre al minuscolo sparghert di cui sopra c’è un angolo fuoco ma esterno!

Legna: si, ampia riserva – presenza di accetta e sega in condizioni decenti.

Oltre alla casera vera e propria ci sono altri stalli e stavoli attorno.

Dopo aver pranzato decidiamo di incamminarci per Casera Vas, ritornando al bivio che avevamo lasciato circa 75m più in basso, da qui inizia una discesa leggera verso detta Casera (o Malga, mah?) che troviamo avvolta nella nebbia. L’edificio è stato ristrutturato di recente salvaguardando gli aspetti strutturali storico-etnografici… si ok, sto parlando a degli Unni…

Casera Vas

passiamo quindi ai dati:

CASERA VAS:

Quota: 1605 m

Spazio: 3 stanze pulite di circa 30 mq ciascuna (metà dell’edificio è costituito dallo stanzone d’ingresso con soffitto molto alto, l’altra metà è disposta su due piani, cucina-“formaggera” e sopra mansarda con letti).

Posti letto: una decina a giudicare dalle brande (nuove e facilmente semovibili, no materassi, qualche coperta).

Arredamento: 2 tavoli, 2 panche, 4 sedie, attaccapanni, 1 tavolinetto, scagni vari, mobilia per formaggi.

Cucina: sparghert nuovo di zecca.

Fonte di calore: sparghert suddetto e caldaia (*).

Legna: si (anche se piuttosto grossa…), assenza di attrezzi.

(*) trattasi di un rudimentale bidone metallico chiudibile dall’alto, con due buchi alla base e fori sul fondo per far fuoriuscire la cenere. Inizialmente, da bravi barbari, non capivamo come funzionava: abbiamo ripetutamente tentato invano di accendere il fuoco con il coperchio aperto. All’ultimo tentativo l’abbiamo chiuso, provando a soffiare nei due fori alla base, ebbene, nel bidone si è scatenato l’inferno (Chube dixit)  in men che non si dica, producendo un calore inaudito nello stanzone che avevamo grossolanamente giudicato “irriscaldabile”. Non solo, il fuoco si manteneva da sè, nessun bisogno di “sistemare” la legna, bastava aggiungere ogni tanto qualche rametto. Peraltro abbiamo faticato a spegnerlo! E avevamo caricato solo qualche legnetto! Il contro di questo geniale manufatto è l’assenza fisica del fuoco, poca puzza, niente tizzoni ardenti volanti però neanche luce, occorre munirsi di lumogas quindi, e niente fiamme romantiche che te brusa la faccia

Il verdetto unanime della squadra di ricognizione credo sia palese, basta guardare la mappa postata in apertura. Ma ovviamente aspettiamo il parere degli altri.

Per concludere, proprio mentre traffichiamo col fuoco, fuori si alza il sipario di nebbia scoprendo un panorama fantastico…

      

Cartolina da “Cartoonia” (San Lorenzo / Jezero, TS)

Report Cavrada n° 58: Conturines e Lavarela

Conturines & Lavarela

30 giugno – 1° luglio 2012

FEATURING ERIKA & LORENZO

Il freddo ventoso e piovoso cala sulla stagione cavresca 2012. Quanto è lontano il tempo delle vette assolate, della calura sui ghiaioni dolomitici, dei lussureggianti boschi verdi! Tempo di retrospettive. Rimandiamo la serie dei “fails” cavreschi annunciata tempo fa per gettare uno sguardo sull’estate appena trascorsa.

Forcella Medesc da Lavarela

A grande richiesta incominciamo dal giro su C0nturines – Lavarela, rispettivamente vette n°1 e n°2 delle Dolomiti di Fanes. Prima occasione di utilizzo della nostra nuova tenda da trekking, citata anche nel Corvo a 3 zampe, anzi, il Corvo a 3 zampe è nato proprio qui! Frutto delle nostre menti malate intente a decifrare i rumori uditi nella notte trascorsa poco sopra il passo Tadega (o Ju dal’Ega). E che le nostre menti siano bacate avremo modo di dimostrarlo ampiamente nel corso del Report!

Il giro pianificato era questo qui sotto (rosso primo giorno, verde il secondo), ce l’avranno fatta i nostri eroi a realizzarlo?  -Suspense mode on

Il progetto

ma prima di procedere con il report, consentitemi un breve spot:

Non è una meraviglia? Beh la nostra a dire il vero è arancione ma è sempre lei. Tenda Biposto da 1,3 kg, non la più leggera (ormai, il record è sceso sotto il chilo… meno di un saccoapelo invernale!), non la più comoda (…) ma in assoluto una delle più compatte!

C’è chi mette in rete vagonate di foto dei propri figli appena nati, chi intasa social networks vari con le foto dei propri gatti, ebbene io piazzerei ovunque foto della nostra piccola (acquisto “sociale”). Ormai abbiamo un sacco di ricordi legati a lei (non tutti idilliaci invero)!

La cavrada di cui trattasi nacque come spontanea e impulsiva conseguenza di questo acquisto improvviso (scaturito da un’offerta adocchiata in una vetrina): volevamo testare la nostra nuova tana mobile e quale occasione migliore del lungo giro del Piz dles Conturines? Vetta semplice ma che comporta un percorso di avvicinamento quasi biblico, senza punti di appoggio per spezzarlo in due notti…

Il delirio ci inviò i suoi primi segnali quando eravamo ancora in macchina. Iniziammo col far la spola fra l’Armentarola, San Cassiano e La Villa per la S.S. 24 (strada sulla quale potremmo scrivere un trattato ormai) al fine di recuperare tutto quello che avevamo scordato a Trieste.

Piz Armentarola dal Plan dal’Ega

Lasciammo la macchina all’Albergo Armentarola e partimmo alle 14.38 di sabato 30 giugno, dopo pranzato. Il placido sentiero n° 11 che costeggia la nostra “beneamata” statale sembrava l’ideale per digerire… lo percorsi con gli sci, anni e anni fa, al termine della lunga pista del Lagazuoi. Ma un altro amarcord più indelebile si sarebbe presentato di lì a poco. Ci aspettava un buon tratto – dalla Capanna Alpina al Ju dal’Ega – già calpestato nella storica ed epica cavrada n°6 del Bivacco della Pace A.D. 2004 – roba da mito di fondazione!

Ritrovammo la serenità del Plan dal’Ega attorno alla Capanna, ma non era questo luogo a rendere indimenticabile questo tratto. La salita al Col de Locia! Me la ricordavo come un’erta estenuante e senza fine… ed è proprio così! Sembra incredibile: la mappa segnala una linea continua, sentiero facilissimo dunque, per un dislivello fino al Col di poco più di 300m… eppure: sarà per la scarsità di ombra, per il caldo che s’intrappola nella conca del Plan de Furcia, per il sentiero a gradini che “taia le gambe“, per i gitanti con “fioi e cagnoi” che schiamazzano lungo il sentiero, questo tratto rimane un inferno anche a distanza di otto anni!

Dal Col de Locia (2069 m) verso Armentarola

Dal Col de Locia (m 2069) si gode già di un discreto panorama verso Armentarola e il prospiciente gruppo del Sella, siamo sul punto debole della lunga dorsale che dal Lagazuoi, per le Zime de Fanes, la Cima Scotoni e il Piza dl Lech (che scorgiamo al nostro fianco) si collega alle Conturines formando l’orlo Sud-Ovest dell’altopiano di Fanes. Da qui in poi il sentiero è tranquillo, fino al Passo Tadega mancano due o tre km per circa 100m dls+ per lunghe radure, verdeggianti come i giardini del Generalife, solcate dal Rü Sciarè e dai suoi ruscelletti affluenti.  Però, come insegna Joe Simpson, la motivazione in montagna è tutto e se s’incomincia cazzeggiando si finisce cazzeggiando (e il prato del Gran Plan è ideale per ciò). L’obiettivo prefissato, il lago Cunturines, non lo raggiungemmo. Imboccato il sentiero 12B al bivio del Ju dal’Ega, decidemmo di piantare la nostra tenduccia fra i mughi nell’ultima fascia disponibile a una quota intorno ai 2250m subito sotto l’ampio “scalino” che conduce  al Büsc da Stlü. Qui assistemmo allo splendido Crepuscolo dolomitico rimirando le Cime Campestrin aldilà del passo e scrutando l’oscura nuvolaglia che scende giù dal Büsc, dalla direzione del nostro obiettivo dell’indomani: le Cunturines.

Durante la cottura della cena la genialità dello scrivente ebbe modo di manifestarsi in tutta la sua grandezza:  risparmiamo sul peso no? Micro-bombola da 100g già usata per due pasti in Val Montanaia e via! Giusto il tempo di cuocere la crema di asparagi e i wurstel ed ecco che il fido fornelletto (anch’esso ultra-leggero) tossì gli ultimi sbuffi di butano… bene, benissimo. Non ci rimase che scolarci qualche sorso di grappa prima di coricarci e affrontare la notte. E che notte! Non fu il nostro primo campeggio alpino ma il più popolato: abbiamo udito versi e suoni mai sentiti prima. Come già detto, le suggestioni di questa notte hanno prodotto il post che ci è valso il Blogger Contest 2012, al prezzo però di non chiudere occhio…

Colazione alla Malga di Gran Fanes

La mattina dopo azzerammo tutta la wilderness della nostra impresa con una colazione completa all’Utja de Gran Fanes, tanto avevamo tempo no? E qualcuno doveva riparare alla stronzata della bombolina semivuota… sicchè dopo la passeggiata andata e ritorno per i pascoli dell’Alpe di Gran Fanes, la colazione e le foto alla fauna locale (marmotte, cavalli allo stato brado, uno dei quali probabilmente ha galoppato nitrindo a pochi metri della nostra tenda nella psichedelica nottata)  ricominciammo la nostra marcia nientemeno che alle 9.53…

Salito lo scalone che separa i mughi dal deserto di pietra del Büsc da Stlü (l’acqua scarseggia in questo tratto) abbiamo gettato un occhio verso il primo gigante dolomitico venuto a presentarsi: la Croda Rossa, emersa all’improvviso oltre il Col Becchei. Indi siamo finalmente giunti al Lago de Conturines a quota 2518… avremmo dovuto campeggiare qui, seee…

Lago di Conturines

Non perdemmo occasione per perdere tempo presso il pur ben poco ameno laghetto di fusione, ma la vista dell’ancora lontano torrione del Piz ci indusse a riprendere la marcia. Gli ultimi “scaloni” da 100m cadauno del Busc fanno guadagnare quota ma si rivelano piuttosto faticosi. Il paesaggio è lunare, perennemente troneggiato dal “gnocco” del Piz. Dopo la Croda Rossa si presentano altri vecchi amici, il Cristallo e la Tofana di Fuori che sbucano oltre le Cime Campestrin.

Finalmente arrivammo sul ciglione che cade a picco per 700m sulla Val Badia. Lo spettacolo non ci era nuovo (un analogo terrazzo ci si presentò sul vicino Sasso della Croce un anno fa) eppure l’impressione fu sempre forte. Rimirammo il nostro punto di partenza del giorno prima, quindi il carosello di cime swempre piùi ampio: sbucarono fuori la Marmolada, il Civetta, il Puez, il Sella.

Dopo aver lasciato gli zaini nascosti tra la rocce vicino alla sommità del Piz dles Dues Forceles (2929 m) ci incamminammo per la ferrata Tru Dolomieu che conduce alla vetta del Piz dles Conturines. La ferrata è facile e spettacolare, oltre a un paio di scalette si articola in brevi cengette a picco sul vuoto ma sempre ampie. Il percorso non è mai veramente esposto ma non di meno la sensazione “aerea” non difetta, specie sulla cresta terminale. La vetta (3064 m), raggiunta alle 14 (a causa di svariate perdite di tempo, non ultimo l’affollamento della breve ferrata che propone un unico tragitto per andata e ritorno… eh già, l’affollamento, non altro…), presenta un panorama grandioso,  oltre alle vicine Tofane, al Lagazuoi e al Sasso della Croce, un po’ tutte le grandi vette dolomitiche s’infilano nella visuale come in una foto di classe.

Cliccare per ingrandire

Dopo le foto di rito ridiscendemmo la ferrata, combattendo contro un vento di cresta,  fortissimo anche il 1° di luglio… dopo un pranzo veloce riprendemmo il 12B che risale quindi il Piz de Lavarela, attraverso una stretta cengia un po’ esposta e un ripido canalino ghiaioso. Ci sono due vette, la Cima Ovest (3034 m) – a picco sulla valle – è leggermente più difficile da raggiungere, optammo per la Cima Est – la maggiore (3055 m) – che si discosta di solo 1-2′ dal sentiero. Il panorama non differisce molto da quello delle Conturines, vicinissime. Distante appare invece il Sasso delle Dieci, fatto nostro lo scorso anno. Erano ormai passate le 16, suonammo la campana e decidemmo di iniziare a scendere senza ulteriori indugi, anche perchè la Forcella de Medesc – 500m più in basso – sembrava distantissima ed il sentiero  appariva fin da subito per niente “gentile“.

Dopo averlo percorso pur quasi senza neve (tranne qualche rara chiazza) mi sento di sconsigliarlo. Specie nella parte alta non mancano tratti di 1°, forse financo di 2° (i sorrisi nelle rare foto non ingannino, sono sorrisi isterici!). Ma non sta lì la sua bruttezza quanto nel terreno franabile, disposto su cengie ampie ma “semovibili”. L’attenzione da prestare in discesa deve essere massima e la stanchezza psicologica che si accumula è tanta, almeno così lo è stato per noi. I giri circolari sono belli perchè non si batte mai lo stesso sentiero ma in questo caso abbiamo rimpianto parecchio il non aver fatto dietrofront su Lavarela verso il passo Tadega.

Arrivammo in forcella (2533 m) tardissimo, poco prima delle 18.30 e la strada era ancora lunghissima. Salutammo l‘altopiano di Fanes e la forcella, precipitandoci giù per il ghiaione della Val Medesc a rotta di collo lungo il sentiero n° 12, ubriachi di sollievo per la fine del calvario del 12B, fino ad infilarci all’altezza del bivio col segnavia 12A nella tipica abetaia badiota attorno al Rü de Feria. Il paesaggio sarebbe stato amabile ma noialtri eravamo stravolti. Imboccammo la strada bianca n° 15 fino a raggiungere l’abitato di Costamolino che raggiungemmo attorno alle 20. Il sentiero n°15 continua sulla sinistra nel bosco, ritornando a salire sopra San Cassiano. Noi ne avevamo abbastanza e dopo breve discussione il partito del “continuare” gettò la spugna dopo neanche un minuto. Il nostro giro finiva lì… TAXIIII

verso La Villa, il Sassongher ed il parco del Puez

L’epilogo di questa vicenda sarebbe dovuto arrivare, secondo i nostri piani, con la mitica pizza del Crucipelmo a Selva di Cadore, se non fosse che la mia auto cedette sulla salita per il passo Valparola. Procedendo a giri bassissimi raggiungemmo il paesino di Santa Fosca (la pizzeria del Crucipelmo era chiusa…) e ivi pernottammo (no, niente tenda da trekking, ne avevamo le palle piene… Garni a 30 € a testa, sob!). La mattina dopo raggiungemmo un meccanico ad Alleghe che però non seppe trovare la causa del guasto (superando i 2000 giri il motore perdeva potenza sino a spegnersi) e sicchè procedemmo per statali fino a Trieste, non superando mai i 50 km/h mentre la temperatura esterna nella bassa friulana superava i 40°… rimpiangemmo il sentiero 12B! Almeno dava adrenalina!

P.S. A Trieste scoprimmo che il guasto risiedeva nella bobina, scatolina presente nel motore della cui esistenza nemmeno ero a conoscenza…

Lavarela e Conturines da Costamolino

La maledizione delle Cavre

Marmolada dal Nuvolao, 2007

È in preparazione la 60° Cavrada. Una reunion più che altro. Il gruppo alpin-masochistico delle Cavre è disperso fra le distanti contrade del mondo e della vita e tranne le sporadiche uscite in gruppetti di due o di tre non si profila di certo un’abbondanza di occasioni per ricomporre “il gregge”, numeroso e unito per più di una notte come un tempo, a meno che non siano quelle destinate ai bagordi di capodanno (e ultimamente pure pasquali).

Da un lustro ormai rincorriamo un monte come fosse il santo graal: la Marmolada. Altitudine massima nelle Dolomiti, il parco giochi naturale delle Cavre. Basterebbe fissare un giorno, svegliarsi all’alba per raggiungere il lago Fedaia a cavallo fra Veneto e Sud Tirolo, saltare sulla seggiovia per Pian dei Fiacconi e risolvere la faccenda con un’ascensione in giornata di 1300 metri di dislivello. Salita e discesa per il medesimo tragitto: Ferrata Spalla Ovest. Ma non saremmo più Le Cavre, noi si vuole dormire sul monte come Kugy insegna, per vivere integralmente la montagna che saliamo; noi si vuole girare il monte a 360° per apprezzarne ogni versante: rimirarne la liscia e vasta parete Sud dalla Valle Ombretta, percorrerne la fredda e robusta Spalla Ovest per arrivare a Punta Penia, solcarne il residuo ghiacciaio a Nord per ridiscendere a valle… e se possibile risalirne pure la gigantesca e dirupata fiancata orientale, il Piz Serauta che tante volte abbiamo osservato all’orizzonte dalle più alte propaggini occidentali della nostra regione. Perdipiù si vuole riunire nella stessa gita chi quel giro l’ha sognato rinunciandovi ogni volta perchè il “quorum” non era completo. Forse non ce la faremo mai, forse il ghiacciaio si scioglierà prima, viste certe ultime follie del meteo. Fatto stà che questa cima mancata ha incrinato qualcosa nell’animo del sodalizio fin dal suo “battesimo” (2007). La rinuncia a quella vetta ha generato, come per un sortilegio, una partenogenesi di ulteriori rinunce, di cime mancate, giri monchi, fallimenti in quota. È la maledizione della Marmolada, gente.

Non sono mancate le soddisfazioni in questi anni, i giri riusciti pienamente come agli inizi ma, a lato, di soppiatto, si sono accumulate le note stonate, le “stecche” che da eccezione sono diventate lentamente la norma in questo fatidico 2012. Eccole a voi. Nei post a seguire snoccioleremo la carellata di “Fails” cavreschi. Mettetevi comodi e… buona lettura.

Rose d’inverno – Il naso